La nostra visione
Cosa cerca il cliente da un avvocato?
La risposta implica la preminenza della “prospettiva” del cliente, con le sue capacità, attitudini e tendenze.
Cosa serve al cliente da un avvocato?
Qui, la risposta subirebbe la “prospettiva” dell’avvocato.
Di fronte ad un tale bivio interrogativo, quale domanda (la prima o la seconda) potrebbe dirsi giusta, quale risposta (la prima o la seconda) corretta e soprattutto quale “prospettiva” (la prima o la seconda) più opportuna?
Le prime (domanda, risposta e prospettiva), se si creda che la professione legale abilita un avvocato ad indurre il cliente alla fede nei suoi confronti, a dispensargli la logica comune od una forma di novella psicologia, ad escogitare le ragioni di una procrastinazione in attesa di eventi ignoti o incerti, a consegnarsi alle esigenze del cliente che paghi con moneta corrente o con l’allusione a future occasioni.
Ancora le prime, se si creda che è il titolo in sé, che sono le divise sartoriali od il lusso degli accessori e degli ambienti a conferire una preminenza di “prospettiva”.
Le seconde, soprattutto se si creda che la “prospettiva” dell’avvocato si costruisce con l’esperienza, le competenze, la qualità del suo tempo e la capacità di assumersi responsabilità.
La conseguente (ed ulteriore) domanda sarebbe allora: come accrescere le competenze tecniche e la qualità del tempo da rendere disponibili al cliente, unitamente alla capacità di assumersi responsabilità, senza che, proporzionalmente o peggio speculativamente, accresca il costo delle prestazioni?
La risposta non sta nella (non senziente) intelligenza artificiale, che – a causa dell’obiettivo umano nel suo utilizzo “sostitutivo” – invertirà la direzione della selezione naturale favorendo la sopravvivenza di ominidi, ma nella legge di tal Cyril Northcote Parkinson: “il lavoro si espande fino a riempire tutto il tempo disponibile per completarlo”.
Si tratta del sacrificio, spoglio di apparenze, misurabile dall’intelligenza, dall’umiltà, dalla sensibilità del cliente.
